Fran Laviada

Capitolo III

GROUCHO IN SPIRITO

Capitolo III
Capitolo III Fran Laviada

—È lei Groucho Marx?

—Proprio così, signore.

—Ma cosa mi dice mai, uomo, se lei è morto già da molti anni!

—E sapete cosa vi dico io, amico? Non fidatevi delle apparenze e non date troppo retta a quello che vi dicono. La gente mente parecchio. Io vi ho avvertito. Siete libero di credere a ciò che vi pare.

—No, ma io le credo, anzi, sono quasi convinto che lei sia Groucho Marx! La faccia, indubbiamente, è la stessa, e mi sembra che si esprima proprio come lui. Quindi non ho motivo di dubitare. Lei, senza dubbio, è Groucho.

—Mi fa piacere che abbiate fiducia in me, amico mio! Vedrete come nel corso della nostra conversazione —che spero sia lunga e fruttuosa, soprattutto per voi, che siete molto più giovane di me e quindi avete più da imparare— avrete modo di constatare che sono chi dico di essere.

—Mi sembra perfetto. Lieto di conoscerla di persona, signor Marx. Devo dirle, approfittando di questo momento inaspettato, che sono sempre stato un suo grande ammiratore, e dei suoi fratelli. Ho visto tutti i vostri film e, per quanto riguarda lei, ho letto anche quasi tutti i suoi libri.

—Splendido, un ammiratore! Così sì che fa piacere tornare a farsi un giro sulla Terra. È sempre molto gradevole essere ricevuti bene dopo tanto tempo di assenza!

—Perdoni l’ardire, signor Marx! Ma lei è vivo, morto, è un fantasma o si è reincarnato di nuovo in se stesso?

—Ma guarda un po’, caro amico, vedo che siete una persona molto curiosa! Be’, diamo tempo al tempo. Anche se forse ciò che sono conta poco; conta di più la conversazione che possiamo avere e le conclusioni che ne trarremo. E perdonate se mi ripeto: voi ne trarrete indubbiamente più beneficio di me, anche se non dubito di poter ricavare qualche vantaggio da ciò che avrete da dirmi. Mi spiego, giovanotto?

—Sì, signor Marx, con estrema chiarezza! E a proposito, preferirei che mi desse del tu, mi sentirei più a mio agio. Io, naturalmente, la rispetto molto, quindi continuerò a darle del lei. Mi scusi per la ridondanza.

—Tranquillo, amico! Io, nonostante l'età, mi sento giovane. Anzi, credo che questo viaggio provvisorio di ritorno sulla Terra mi abbia tolto qualche anno di dosso, quindi puoi darmi del tu, come sto facendo io con te. Puoi chiamarmi Julius.

—Allora lei... pardon, volevo dire tu, mi puoi chiamare Paquito. È così che mi chiamano in famiglia e gli amici.

—Allora piacere, Paquito!

—Piacere, Julius!

—Se questa fosse una scena di un film di quelli che ho fatto con i miei fratelli, Harpo ti saluterebbe suonando la trombetta. 

Moc, Moc, Moc…!

I I 

—Se non ti dispiace, Julius, anche se abbiamo molto di cui parlare, mi piacerebbe sapere parecchie cose su di te; ovviamente nulla di personale, quelle appartengono all'intimità della tua vita privata.

—Tranquillo, ragazzo, spara! Non ho nulla da nascondere, ma risponderò solo a quello che mi va.

—Certamente, Julius, ci mancherebbe altro!

—Devo anche dirti che non tutto quello che si racconta su di me è vero; perfino riguardo a certe frasi che dicono io abbia pronunciato e invece non è così, ma vabbè, ormai importa poco. Quel che conta è il presente. Il qui e ora. Non ti pare?

—Sì, sono d'accordo con te!

—Ottimo allora! Dì pure. Anche se devo avvertirti che a volte mi scappa la fantasia e mi metto a recitare, ricordando i miei tempi da attore, e magari mi invento qualche piccola bugia perché mi diverte; dato che è da un pezzo che non alleno la creatività, magari mi fa bene sviluppare un po' di finzione, come se stessi scrivendo la sceneggiatura di un film, o una scena per una commedia teatrale, o magari un libro; non so, improvviserò sul momento.

—Perfetto, Julius, qualunque cosa deciderai mi va bene; per me è già un onore immenso essere qui in questo momento e poter parlare con te a tu per tu!

—Paquito, non essere modesto, ragazzo! Sono un essere umano come chiunque altro; non in carne e ossa come un tempo, d'accordo, ma nello spirito sono lo stesso di sempre: un uomo, forse un po' particolare, ma pur sempre un uomo.

—Va bene, Julius. Vorrei iniziare chiedendoti se è vero che una volta, durante un viaggio in Germania, hai visitato il bunker di Hitler e ci hai ballato dentro.

—Ah ah ah…! Non mi aspettavo questa domanda, Paquito. Ebbene sì, accennai a una specie di charleston, ma sembra che alle persone che mi accompagnavano non fece molta grazia. Non ho mai saputo il motivo. Non so se perché ballavo male, o perché i miei accompagnatori erano nazisti che ammiravano Hitler e trovarono offensivo che io mi facessi beffe del Führer in quella che era stata la sua ultima dimora, o forse perché i tedeschi sono troppo seri per apprezzare il mio senso dell'umorismo. Ma andò proprio così, Paquito.

—Ma come ti è venuta l'idea di ballare?

—Be', è molto semplice. La zona in cui sorgeva il bunker di Hitler era circondata da macerie; ci salii sopra come potei, per circa cinque metri, e quando arrivai in cima, vai di charleston. Fu una cosa improvvisata, anche se riconosco che fosse irriverente, ma io sono fatto così.

—Credo che ti piacesse molto suonare la chitarra. È vero?

—Oh sì, la adoravo. Inoltre, diventai amico di un grande maestro della chitarra classica, un tuo compatriota di nome Andrés Segovia, che mi diede anche delle brevi lezioni che mi furono utilissime.

—È vero che Federico Fellini ti propose di recitare in un suo film?

—Sì, ma la verità è che non ne avevo molta voglia in quel periodo, anche se ammetto che a quel tempo era considerato uno dei migliori registi al mondo e infatti gli esperti continuano a valutarlo così; ma le cose, per godersele davvero, bisogna farle quando uno le desidera veramente, e in quel momento lavorare con l'amico Federico non era tra le mie priorità. Non credi che io abbia ragione?

—Sono totalmente d'accordo con te, Julius.

—Ehi, Paquito! Che ne dici se facciamo una piccola pausa? Mi va di rilassarmi un po' e bere un caffè.

—Per me non ci sono problemi, facciamo come preferisci!

—Con amici come te si sta proprio bene, ragazzo!

—Prendo un caffè anch'io, Julius!

—E allora andiamo, giovanotto!

Dopo una mezz'ora di pausa e un paio di caffè a testa, i due interlocutori continuarono a parlare, come si suol dire, dell'umano e del divino, anche se nel caso in questione sarebbe più esatto dire del chimerico o persino dell'allucinante; ma insomma, poco importa l'aggettivo, concentriamoci piuttosto sul racconto.

Alla fine, tutto quel parlare può diventare sfiancante, è il rischio che si corre a darci dentro con la lingua senza sosta, e in questo Groucho era un vero specialista; e Paquito, da bravo allievo, non era da meno. Arrivò quindi un momento in cui l'esaurimento dialettico richiese una sosta, e i due decisero di rimandare la loro interessante chiacchierata al giorno dopo, quando ci sarebbe stato tempo a sufficienza per proseguire e lasciare che Julius (Groucho), con la sua verbosità scatenata, continuasse a raccontare a un attonito e al contempo entusiasta Paquito ogni sorta di aneddoto della sua vita appassionante, che possedeva tutti gli ingredienti necessari per essere tutto fuorché noiosa.

I I I

E come c'era da aspettarsi, la conversazione (impossibile, immaginaria o reale, non si sa mai e mai potremo scoprirlo) tra Julius e Paquito proseguì, ma stavolta fu il primo che, senza che il secondo gli chiedesse nulla, iniziò a parlare a raffica, mentre il giovane restò immobile, senza aprir bocca e totalmente attento a ciò che il suo ammirato Groucho gli stava raccontando.

—Caro Paquito! Ascolta bene, perché sto per raccontarti alcune cose della mia vita che forse non sai, o che forse hai sentito dire da qualcuno e sono bugie, o ancora cose che hai letto e non sono vere; ma questo conta poco, l'unica cosa valida è ciò che ti dirò ora. Chiamali aneddoti, se vuoi, o come preferisci. Sono solo piccoli frammenti di cose che ho vissuto. Per esempio, sapevi che io e i miei fratelli siamo stati sul punto di girare un film con il grande Billy Wilder? (Un vero fenomeno come regista, che ha girato film mitici e straordinari come Viale del tramonto, A qualcuno piace caldo, Testimone d’accusa, L’appartamento, Quando la moglie è in vacanza e tanti altri). Credo fosse il 1960, eravamo tutti d'accordo, e avrebbe segnato il ritorno dei fratelli Marx nel mondo del cinema dalla porta principale; ma alla fine non se ne fece nulla. Inoltre, l’anno dopo purtroppo morì Chico (anche se nel nostro particolare universo diremmo piuttosto che passò a un'altra dimensione), e così il progetto andò a farsi benedire.

Mi piacerebbe anche raccontarti la storia dei miei baffi, che diventarono famosi quasi quanto me. All'inizio la gente pensava che fossero veri, mentre invece erano finti; ma un giorno feci tardi per uno spettacolo a teatro e non avevo molto tempo prima di entrare in scena. La colla per i baffi era sparita e non ebbi altra scelta che dipingerli con il lucido da scarpe, e così continuai per molto tempo finché non decisi di farmeli crescere davvero, cioè con i miei peli. Era molto più comodo, e da allora risparmiai un bel po' in lucido, così come prima avevo risparmiato sulla colla. Chiamami pure taccagno se vuoi, ma il denaro bisogna evitare di sprecarlo ogni volta che si può!

Un altro aneddoto che vorrei raccontarti è che nell'anno… be', adesso non mi ricordo, ma non importa. Il punto è che girammo un film muto, l’unico che abbiamo fatto, intitolato Humorisk. Ebbene, la cosa curiosa è che quel film non fu mai proiettato perché sparì. Nessuno sa come, ma non ne sapemmo più nulla. È come se una mattina tua moglie litiga con te, esce di casa e non torna più né per pranzo né per cena (il che non è affatto male, se ti sei già stancato di lei). Scomparsa per sempre. Ecco, la stessa cosa con il film. Anche se le cattive lingue accusarono me di averlo fatto sparire, o meglio, di aver bruciato il negativo perché non mi era piaciuto il montaggio finale. Niente affatto, non è vero. Mi accusarono di essere un volgare piromane, una specie di Nerone cinematografico. Santo cielo, cosa non si inventa la gente pur di aver qualcosa di cui parlare!

—Be', Paquito, vedo che sei molto silenzioso, il che significa che trovi interessante tutto quello che ti sto dicendo. Forse ti sorprende un po’ che le mie storie vadano avanti e indietro nel tempo, cioè che non seguano un ordine cronologico, ma devi tener presente che alla mia età la memoria a volte fallisce. Tuttavia, ricordo quasi tutto quello che è successo nella mia vita (a volte ho dei vuoti), tranne le cose brutte, dato che cerco sempre di dimenticarle. Anche se è inevitabile che compaia il guastafeste di turno a rompermi le scatole rinfrescandomi cose di cui non voglio più sapere nulla.

Quello che ti racconto è ciò che arriva dall'archivio che ho nel cervello, ma è che le cartelle sono un po' in disordine, per questo può esserci un grande salto di anni tra una storia o un aneddoto e il successivo.

—Tranquillo, Julius, per me lo sai che non c'è problema, sono felicissimo di essere qui ad ascoltare tutto quello che mi racconti con la massima attenzione!

—Così si fa, ragazzo! La cosa migliore che possa capitare a un artista è riuscire a portare il pubblico totalmente dalla propria parte; in quel caso il successo è assicurato. Quindi continuo, anche se prima mi perdonerai, Paquito, devo andare in bagno. Sai bene che alla mia età la prostata è una carogna e purtroppo rompe le scatole con troppa frequenza. Scusa se sono così diretto nell'esprimermi, ma è la pura realtà. Invecchiare comporta questo.

—Naturalmente, Julius, ci mancherebbe! Credo di aver bisogno anch'io di fare pipì, quindi ti accompagno…

Glu, glu, glu…! Chop, chop, chop…! Chu, chu, chu…! Plic, ploc, ploc…! (Le varianti del rumore dipendono dall'intensità della minzione dell'uno e dell'altro).

E poi: Gluglù, gluglù, gluglù…! Cioè, il liquido se ne va per lo scarico. Riprodurre il suono dello sciacquone è già più complicato, perciò lo lasciamo alla libera immaginazione del lettore. E in ogni caso invitiamo chiunque sia interessato a scoprire sonorità uguali o simili a utilizzare le informazioni disponibili nei vari dizionari onomatopeici di uso comune.

IV

—Come si sta bene dopo una bella pisciata! Anche se a partire da una certa età, sarebbe meglio chiamarla semplice pisciata, e ringraziare pure! I tempi del getto potente sono ormai lontani!

—Ah ah ah…, sicuro, Julius!

—Be', Paquito, continuiamo a chiacchierare, ma dai, chiedimi qualcosa tu, perché credo che senza accorgermene stia monopolizzando tutta la conversazione e non voglio essere egoista; quindi dimmi cosa vuoi sapere, o di cosa ti va di parlare.

—Julius, avevo pensato che, se non ti dispiace, mi piacerebbe chiederti pareri su temi specifici, per conoscere la tua opinione.

—E allora spara, ragazzo, ti ascolto!

—Ok. Ti dirò un tema e tu mi risponderai. 

Per cominciare mi piacerebbe che mi parlassi dell'amore e delle conclusioni che hai tratto nel corso della tua vita, frutto delle esperienze avute con le donne.

—Senza dubbio un tema interessante, ragazzo, mi piace, quindi procediamo! L'amore, Paquito, molti lo confondono con un mal di pancia o, peggio ancora, con una diarrea. E quando quel malessere passa, credono di essere guariti... ma poi si sposano, e lì non c'è più rimedio a meno che non si ricorra al divorzio, che è l'unico metodo possibile per rimediare al pasticcio; da qui non è difficile dedurre che la causa principale di un divorzio risiede proprio nel matrimonio. Be', credo che tu capisca cosa intendo, vero, Paquito? È che a volte rischio di incartarmi un po'.

—Nessun problema, Julius, chiaro come il sole! Ma continua, parlami un po' di più dell'argomento.

—Ecco, vado. Continuo con il matrimonio, che è senza dubbio una grande istituzione, ma serve solo a quelli che vogliono vivere in una grande istituzione; all'inizio alcuni pensano che sia lì che vogliono stare, ma col tempo si accorgono che, pur piacendo loro l'istituzione, hanno bisogno di conoscerne altre e non restare sempre nella stessa; infatti a me è successo molte volte. Ti dirò anche —e molti la pensano come me— che il matrimonio uccide l'amore a lungo termine. Soprattutto quel romanticismo dell'inizio, quando tutto è rosa e fiori.

Senza andare troppo lontano, ho avuto molti flirt. E il matrimonio li ha sempre stroncati. Non tanto per l'istituzione in sé, quanto per la donna con cui ero sposato in quel momento. Il fatto è che se il flirt non lo hai con tua moglie, risulta difficile renderlo compatibile con un'altra donna e con la propria consorte, che sarebbe l'ideale. E quanto all'amore, posso solo dirti che quello vero, l'autentico amore, è difficilissimo da trovare poiché si presenta una volta sola nella vita... il problema è che poi non c'è modo di toglierselo di dosso! Non so bene se capisci tutto quello che ti sto dicendo, ma d'altronde mi conosci. Il mio forte è concentrarmi sull'assurdità delle cose, è lì che vado a parare, ed è stato così per tutta la vita; ora, alla mia età, è troppo tardi per cambiare.

—Fai pure come vuoi, amico, tutto quello che mi racconti mi sembra molto interessante e non ha nulla di assurdo, almeno per me; se altri la pensano diversamente è un problema loro! E ora, per cambiare argomento, mi piacerebbe che parlassimo di soldi, ti va?

—Molto bene, i soldi mi piacciono! Sai che ho sempre avuto fama di taccagno, ed è vero, non lo negherò, ma è che non mi piace sperperare, perché guadagnare costa fatica; a me di certo è costato un grande sforzo, ma non credo nemmeno di essere egoista. Mi accontento di avere lo stretto necessario per vivere bene: piccole cose che mi facciano godere di un meritato benessere, un piccolo yacht per andare a pescare, una piccola villa di tre piani con giardino e piscina, una piccola fortuna con qualche centinaio di migliaia di dollari sul conto corrente. Insomma ragazzo, piccoli piaceri mondani per godersi la vita, che è breve e bisogna sfruttare il tempo, mi capisci!

—Chiaro come l'acqua! Che ne dici di parlarmi adesso dell'essere umano?

—Faccenda complicata, certamente! Come potrai immaginare, soprattutto per via della mia età, ho potuto conoscere in tanti anni un'enorme quantità di persone di ogni tipo: bianchi e neri, ricchi e poveri, furbi e sciocchi, impresentabili e gente incantevole; le conclusioni che ne ho tratto in generale —poiché sarebbe lunghissimo approfondire la personalità specifica di ognuno— sono le seguenti. Uno degli aspetti più determinanti che ho osservato in molti individui è che quando qualcuno sembra idiota, generalmente è perché è idiota, e lo si può verificare nel momento in cui, prima o poi, agisce come un autentico idiota. Ho anche imparato a distinguere bene gli stupidi, che sono quei tipi che non ridono mai di nulla, neanche se racconti loro qualcosa di tremendamente buffo; e allo stesso modo, sul fronte opposto, so riconoscere gli imbecilli, che sono quelli che ridono di tutto, anche quando si dicono cose che non fanno per niente ridere. C'è poi un'altra classe di individui che potremmo definire ignoranti, solitamente molto pericolosi quando te li trovi vicino, soprattutto quando esercitano la loro funzione: sono quelli che invece di restare zitti, pur dando l'impressione di essere imbecilli, preferiscono aprir bocca e dire una corbelleria per dimostrare che, effettivamente, sono degli autentici stolti. Ne ho conosciuti tanti, ma è una lista così lunga che sarebbe infinita e ci servirebbero giorni interi per completarla.

—Ah ah ah, sicuramente, potrei aggiungere altri nomi anch'io per allungare ancora la lista! Bene, Julius, passiamo a un altro tema: cosa mi dici della vecchiaia?

—Innanzitutto che è una fregatura, e siccome ci sono dentro, so bene di cosa parlo; ma insomma, è la legge della vita e non resta che accettarla. E quanto alle mie esperienze come membro ormai fisso della terza età, quello che posso dirti è che essere vecchio significa avere ogni giorno più esperienza e meno capelli. Avere più attacchi cardiaci che erezioni e anche che la cosa più sporca che puoi fare con tua moglie è farti fare la manicure, o farla tu a lei. Che ne dici se facciamo una pausa e continuiamo a parlare domani? Mi sa che ho un po' di sonno…?

Paquito, tornando alla realtà, recupera il suo vero nome: don Francisco. Anche lui appartiene a quella terza età di cui parla Julius, anche se non lo sa o non vuole accettarlo. È felice vivendo in quel passato che per lui è reale, sebbene sia rimasto indietro anni fa, come un sogno dal quale non ci si vuole svegliare.

—Paquito, ti piacerebbe fare l'attore?

—Mi piacerebbe tantissimo Julius, ma non ho mai recitato in vita mia!

—Tranquillo uomo, non è poi così complicato!

—Credo di essere un po' imbranato per recitare!

—Ma no Paquito, basta volerlo; io all'inizio non avevo la minima idea di come parlare o muovermi, mi sentivo ridicolo ma ho imparato subito!

—Se lo dici tu Julius, ti credo, il maestro sei tu! —Ecco appunto ragazzo, chi ha detto paura?

—E cosa dovrei fare?

—Ma è facilissimo! Proviamo una scena del film La guerra lampo dei fratelli Marx, e tu farai la parte di Chico per darmi la battuta. Ecco il foglio con il testo scritto, leggilo pure; io non ne ho bisogno, ho un'ottima memoria per i dialoghi e la ricordo perfettamente dal giorno in cui girammo la scena. Anche tu la saprai a memoria dopo averla ripetuta almeno cento volte, ah ah ah, scherzo, uomo…! Sei pronto Paquito? 

—Sì Julius, quando vuoi!

(*)

  • Groucho: Bene, e quanti uomini ci sono nel suo esercito?

  • Paquito (sostituendo Chico): Be', abbiamo più di centomila uomini.

  • Groucho: Non è giusto, siamo in minoranza, dato che noi ne abbiamo solo cinquantamila, circa.

  • Paquito: Va bene. Per essere giusti, ve ne diamo venticinquemila e così saremo pari. 

  • Groucho: Ecco, al cinquanta per cento, per equilibrare la faccenda. E mi può dire quanti battaglioni avete? 

  • Paquito: Be', le dirò che abbiamo due battaglioni e un tipo che sembra cinese e che va per conto suo.

  • Groucho: Mi piacerebbe che continuasse a lavorare per me, così potrei chiederle di dimettersi o persino licenziarla quando mi va. E come state a cavalleria?

  • Paquito: Abbiamo più di cinquemila uomini, ma cavalli, quel che si dice cavalli, non ne abbiamo nessuno.

  • Groucho: Ma che disdetta! Io ho l'esatto opposto, cioè cinquemila cavalli ma nessun uomo. 

  • Paquito: Be', mi viene un'idea! Che i suoi uomini montino i nostri cavalli, così risolviamo il problema. Credo sarebbe una buona soluzione.

  • Groucho: In effetti non è una cattiva idea. E se i suoi cavalli si stancano, possiamo fare il contrario, e lasciare che i cavalli cavalchino i nostri uomini per variare (Paquito annuisce fissando Groucho, seguendo le indicazioni sul foglio, ma mette così tanta enfasi nell'espressione del volto per far capire il suo assenso, che gli viene una faccia da allocco totale, molto simile a quelle che faceva Harpo in certe scene; gli è uscita, senza volerlo, un'imitazione perfetta del fratello "mimo" dei Marx). Non mi dispiace prestarle i nostri cavalli, ma dovete promettermi che farete le vostre manovre, altrimenti niente accordo.

  • Paquito: Oh, certo, naturalmente! Facciamo manovre con i cavalli ogni mattina, tranne quando piove perché non abbiamo abbastanza ombrelli per coprire tutti gli animali.

La scena termina e Paquito guarda serio Groucho, aspettando con ansia il parere del maestro.

—Bravo, ragazzo, non hai sbagliato una battuta! Credo che avresti potuto essere un attore eccezionale. Vivi il personaggio. E ora che Chico non può sentirmi, credo che tu l'abbia fatto persino meglio di lui.

Paquito sorride e il suo volto esprime uno stato di totale soddisfazione, o felicità, o un misto di entrambe. Così, ancora una volta e senza alcuno sforzo, gli rimane stampata in faccia quell'espressione da perfetto tonto, in una nuova e riuscita imitazione di Harpo.

—Oh, grazie Julius, detto da te è un vero complimento!

—Di nulla, uomo, non essere modesto! Ti sei calato nella parte come un vero professionista. Mio fratello Chico era piuttosto inaffidabile, perciò a volte non prendeva troppo sul serio il lavoro e bisognava ripetere le scene più volte perché sbagliava spesso. Harpo, invece, era più professionale, si comportava come hai appena fatto tu, con serietà e grande responsabilità. Gli somigli in questo.

—Grazie, Julius, è un grande complimento!

—Smettila di ringraziarmi Paquito, sembri un disco rotto, uomo!

E fu così che Paquito realizzò uno dei suoi sogni più ambiti. Fu una notte meravigliosa in cui la Fata Madrina della Fantasia, altre volte così schiva, specialmente per chi ha un'immaginazione di cemento, fece la sua comparsa e, agitando appena la bacchetta magica, permise il debutto di Paquito come attore. Chi l'avrebbe mai detto! Addirittura dividendo il palco con il grande Groucho Marx! Un privilegio che pochi al mondo —nemmeno in quello dei sogni— possono vantare di aver avuto.

   Sogni d'oro, Paquito!

(*) Paquito lo ricorda a modo suo, ecco perché il dialogo del film e quello qui riportato non sono identici, ma è colpa del tempo che tutto cambia. Inoltre Paquito ha sempre amato dare libero sfogo alla creatività per aggiungere fole (nel gergo teatrale, un'aggiunta extra di parole o battute inventate dall'attore che le inserisce nella parte). Sono testi o dialoghi non inclusi nel copione e che in questo caso l'attore Paquito improvvisa per mettersi in luce. Sì, Paquito è fatto così! A volte è una risorsa usata anche quando l'interprete dimentica il testo e non ha altra scelta che improvvisare per cavarsela con qualcosa di creativo di proprio pugno.

V I

E le lunghe conversazioni tra Paquito e l'amico Julius continuarono per molti giorni, e con il passare dei mesi Paquito passava sempre più tempo a parlare con l'amico e meno a essere don Francisco. Gli piaceva di più la realtà della sua immaginazione (che era falsa) rispetto a quella della sua vita autentica, che era ovviamente quella vera.

E la fantasia continuò il suo cammino, è il bello della fantasia: va avanti, ancora e ancora, finché le si dà corda, finché un giorno finisce perché la corda si consuma o si spezza.

Julius cavalcava senza sosta in groppa alla sua verbosità incontrollabile e alla sua dialettica eterna; era lui, senza dubbio, a menare le danze. In quel palcoscenico impossibile di una sceneggiatura illusoria, ogni interprete era consapevole del proprio ruolo e lo svolgeva con piena efficacia. 

Uno tiene banco, il genio, Groucho: il suo forte è la parola, parlare senza sosta. L'altro è l'allievo diligente, l'ascoltatore, Paquito: il suo compito è ascoltare in silenzio, e per entrambi l'incentivo condiviso è godersi il momento, l'istante irripetibile che forse non si ripresenterà mai più; perché l'entelechia ha questo di strano: pur essendo irreale e non potendo esistere nella realtà, a volte appare in un'altra dimensione, ma facendo il suo genuino atto di presenza, ovvero così come arriva senza avvisare, se ne va senza salutare…

Te l'avevo detto a suo tempo, caro amico, che con me avresti imparato parecchie cose sulla condizione umana; e sia chiaro, non voglio che tu interpreti male le mie parole, pensando che io sia una persona eccessivamente prepotente che si vanta di essere intelligente —cosa che sono, inutile negarlo! La falsa modestia è assurda e una persona deve conoscere i propri punti di forza per poterli sfruttare al massimo; se non ti apprezzi da solo, sarà difficile che lo faccia il prossimo. Ma torniamo a noi: quello che voglio soprattutto è trasmetterti la mia esperienza, quella che la vita mi ha inoculato in tanti anni di cammino sul sentiero della sopravvivenza; io ho indubbiamente approfittato della conoscenza acquisita e per questo uso questo momento per insegnarti ciò che può esserti utile. Sai bene che il tempo, se lo sfrutti bene e impari dagli errori commessi, ti apporta saggezza; il contrario non avrebbe senso, ovvero sarebbe del tutto assurdo soffiare sulle candeline dei compleanni al solo scopo di diventare vecchi: quella è roba da sciocchi. Te lo dico perché l'essere umano non sempre coglie gli straordinari insegnamenti che il passare degli anni apporta nel breve cammino dell'esistenza; e proprio per via di questa brevità non si può perdere nemmeno un secondo sprecando il proprio ciclo vitale in stupidaggini o nuotando nelle acque dell'ignoranza. Purtroppo succede a molti che sono diventati vecchi e continuano a galleggiare perennemente nell'enorme mare dell'inconsapevolezza; per fortuna non è il mio caso.

Alcune delle mie battute sono state interpretate in modo diverso, poiché ognuno è libero di dare il proprio significato particolare a ciò che sente. Molti vi hanno visto solo un modo per dire qualcosa di buffo, altri in passato non le hanno capite, e molti nel presente non lo fanno e non lo faranno mai, proprio per quello che ti dicevo prima: perché sono nuotatori nelle acque dell'incultura e della naturale mancanza di una minima intelligenza, soprattutto emotiva.

Molti altri, per fortuna, hanno saputo capire cosa intendessi trasmettere. E tra queste persone spero che ci sia tu, caro amico Paquito. 

Inoltre sono qui proprio per questo: per chiarire ogni tuo dubbio, sempre nei limiti del possibile; perché anche se la vita mi ha insegnato molto facendomi da maestra, e io sono stato un allievo applicato, non mi considero affatto un saggio. Quello lo lascio ad altri che credono di esserlo, anche se sai bene come si dice: “dimmi di che ti vanti e ti dirò di cosa manchi”, e che inoltre, nel colmo della sfacciataggine, pensano di essere perfetti. 

E a questo proposito voglio darti un consiglio, caro amico: 

Non fidarti mai di qualcuno che è perfetto (o che crede di esserlo)! 

Sicuramente, nel profondo del suo essere, nasconde qualcosa di strano, quindi allontanati da quella persona il più velocemente possibile e metti tra te e lei la massima distanza di cui sei capace! 

Mi prendo una piccola tregua per riprendere fiato e poi continuo, perché quando prendo il via non mi fermo più e a volte, a forza di parlare senza sosta, la mia capacità respiratoria cala sensibilmente. Cosa che mi succede anche quando salgo al quinto piano di un edificio senza ascensore e le scale, egoiste, mi spremono tutta l'aria che mi resta nei polmoni. Devo fermarmi più volte per recuperare ossigeno prima di arrivare a quel maledetto quinto piano dove —sia detto per inciso— ho intenzione di recarmi solo quando dall'altra parte della porta c'è una bella signora ad aspettarmi, generalmente svestita. E inoltre “non pensa male di me, perché sa benissimo che il mio interesse per lei è puramente sessuale”. La signora (o la ragazza, non mi piace discriminare le donne per ragioni d'età) ha ben chiaro a cosa io miri, e anche lei sa cosa vuole, ovvero —scusami se sono troppo diretto— praticare la nobile arte del coito! Altrimenti non si spiegherebbe perché il mio corpo si presterebbe all'enorme sforzo di salire “a piedi” cinque piani di scale, mettendo pure a rischio il mio ritmo cardiaco, già di per sé provato dagli acciacchi dell'età, con l'aggiunta extra dell'accelerazione naturale dovuta all'emozione del momento, comprensibile quando di lì a breve si sta per copulare con una femmina di... quelle da leccarsi i baffi!


Benvenuto a Conversazioni con Julius.

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Se ti piace quello che leggi, lascia un commento alla fine di ogni capitolo. Mi farà piacere conoscere le tue impressioni, le tue teorie e condividere questo viaggio con te.

Grazie per essere qui.

Se vuoi scoprire altri titoli dell'autore puoi visitare il suo sito web:

www.franlaviada.com





Piccola pausa di recupero. 

Prendere fiato…

Respirare profondo…

Regolarizzare i battiti…





E di nuovo Julius, una volta recuperato (anche se solo in parte, visto che a certe età i periodi di recupero per qualsiasi attività svolta, sia essa fisica o intellettuale, aumentano considerevolmente), prosegue con la sua feconda chiacchierata.

Ascolta con attenzione! Una volta dissi quella frase diventata poi famosa: 

“Signore e Signori, questi sono i miei principi, e se non vi piacciono ne ho altri!” Ebbene, quello a cui volevo riferirmi è che molta gente agisce con una totale mancanza di etica e ammanta il proprio passaggio sul pianeta Terra con un velo di frivolezza e ipocrisia che la porta a cambiare idea continuamente, agendo come autentiche banderuole che si muovono al soffio dei venti altrui o delle circostanze; perché molti usano i propri principi (o non ne hanno affatto) come una semplice moneta di scambio in funzione dei benefici che possono ottenerne. È una forma di baratto interessato molto comune nella società moderna.

E a proposito di ipocrisia, una volta sperimentai sulla mia pelle la falsità della gente quando un giorno volli iscrivermi a un club con il mio vero nome, Julius Henry Marx, e non mi ammisero perché in quel momento non sapevano chi fossi; ignoravano che dietro quel nome si nascondesse un personaggio famoso e mi rifiutarono. In seguito, quando si accorsero dell'errore commesso, mi contattarono invitandomi gentilmente a diventare socio dell'illustre “Friars Club di Beverly Hills”. Quegli ipocriti erano consapevoli che avere tra i membri uno famoso come me sarebbe sempre stato vantaggioso a livello pubblicitario, ma l'unica cosa che mi dimostrarono fu che la persona non interessava loro affatto: valutavano solo che fossi qualcuno di conosciuto. Da qui la mia risposta al loro “gentile” invito: Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me!

Potrei continuare a raccontarti molte altre cose, amico, ma vedo che hai l'aria stanca e sarà meglio rimandare a domani; devo riposare anch'io, ma prima un'ultima nota sul comportamento degli esseri umani: voglio parlarti delle superstizioni e degli errori, che sono concetti diversi anche se fanno entrambi rima, ma hanno una certa relazione. Per quanto riguarda la prima, ci sono certe credenze, come per esempio che il numero 13 o i gatti neri portino sfortuna. Ovviamente non è vero, ed è chiaro che pensare in quel modo ti porta all'errore; se poi lo trasponi nelle decisioni importanti della tua vita, lasciandoti trascinare da una serie di feticismi, finirai per commettere grandi sbagli che sicuramente ti porteranno seri dispiaceri. In definitiva, quello che voglio tu capisca è che nella vita, quando si tratta di prendere decisioni importanti, non ci si può lasciar condizionare da credenze irreali perché alterate o, semplicemente, stupide. Per questo, riguardo alle superstizioni, ciò che penso è che “Se un gatto nero ti attraversa la strada, significa solo che l'animale sta andando da qualche parte”, il che vuol dire che la faccenda della sfortuna è una solenne sciocchezza. E per quanto riguarda gli errori, posso solo dirti una cosa che sentii dal mio buon amico Charlie Chaplin —un uomo senza dubbio dall'intelligenza privilegiata— quando disse: “Mi piacciono i miei errori, non voglio rinunciare alla deliziosa libertà di sbagliarmi”. Un concetto che sottoscrivo al cento per cento, perché non c'è indipendenza più grande per un essere umano che esercitare senza limiti il proprio diritto al libero arbitrio (ovviamente senza invadere quello del vicino); altra cosa è azzeccarci o fallire, e in quest'ultimo caso prendersi la responsabilità delle conseguenze dei propri sbagli, ma senza mai pagare per gli errori commessi da altri in tuo nome perché hai permesso loro di decidere al posto tuo; poiché se agisci così, diventerai senza accorgertene una marionetta, avrai messo la tua vita nelle mani del prossimo, che muoverà i fili a suo piacimento.

Sei d'accordo, amico?

Paquito non rispose perché, senza accorgersene, si era addormentato. In quel momento Julius si rese conto di aver parlato più del dovuto, constatando ancora una volta che la sua loquacità era davvero inesauribile.

Be', continueremo, domani è un altro giorno! Pensò l'uomo dai baffi neri e il sigaro spento, facendo una delle sue solite smorfie accompagnata dal caratteristico movimento delle sopracciglia.

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Fran Laviada

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